Testo di Sanja Rotim
illustrazione di Liana Cagliarelli
Tanto tempo fa c’era un paese famoso per la sua carne prelibata.
In quel paese ogni abitante possedeva del bestiame che era diventato per tanti la principale fonte di guadagno. Il re era molto fiero della carne del suo regno che aveva la fama di essere la migliore al mondo. Gli esperti collaboratori del re erano sempre impegnati a dare raccomandazioni ai sudditi su dove portare le mucche a pascolare e soprattutto a controllare con molta attenzione il cibo degli animali.
Un caldo giorno d’estate il signor Mario aveva portato come al solito la sua mucca a pascolare in una radura coperta da un tappeto erboso dal colore invitante dove si saziava sempre per bene. Per asciugarsi il sudore della fronte si tolse il cappello e lo appoggiò istintivamente sulla testa della sua mucca. Siccome aveva in mente tante cose che doveva fare ancora quel giorno si dimenticò del tutto del suo cappello.
Tornando a casa con la mucca incrociò un suo compaesano che portava anche lui la mucca al pascolo.
“Buongiorno, come mai la tua mucca porta il cappello?” gli chiese l’amico curioso.
Solo allora il signor Mario si ricordò del cappello rimasto sulla testa della mucca.
“Non hai sentito? Si tratta di un ordine del re”, gli rispose Mario che aveva voglia di scherzare.
“Non l’ho mica sentito io”, disse sbigottito il compaesano.
“Adesso lo sai”, continuò il signor Mario a scherzare.
“Grazie di avermelo detto”, salutò l’altro e se ne andò.
“Ci è cascato”, rideva tra sé il signor Mario.
Il compaesano che aveva in testa il cappello lo mise a sua volta alla sua mucca.
“Se l’ha ordinato il re…”, pensò.
Quando incontrò un altro compaesano e questo gli fece la stessa domanda che lui aveva fatto al signor Mario, gli disse:
“Non hai sentito? Il re ha ordinato di mettere alle mucche un cappello in testa per via del caldo di questi giorni.”
E anche in questo caso il compaesano si preoccupò subito di mettere alla mucca un cappello anche se non era al corrente della presunta disposizione reale. Non passò neanche un giorno e tutto il paese era informato di questo strano ordine del re e tutti vollero eseguirlo. C’è chi aveva il cappello e chi no. Quelli che non lo avevano si precipitarono dal cappellaio del paese che fu strafelice di vendere tutti quei cappelli. Mise persino un cartello fuori dal negozio in cui c’era scritto:
“Il cappello alle vostre mucche- un ordine del nostro re”.
Si può immaginare come al cappellaio gli affari andassero a gonfie vele in quel periodo. Ormai tutte le mucche erano provviste di un cappello e lui era l’unico cappellaio del paese.
La notizia dell’obbligo di mettere un cappello alle mucche arrivò al Palazzo Reale.
“Avrei dato questo ordine?” chiedeva incredulo il re ai suoi segretari.
“Sì, signore. Lo sanno tutti”, gli rispondevano loro convinti.
“Ma chi ha diffuso questa notizia?” insisteva il re.
“Non so proprio chi sia il primo che l’ha ricevuta”, gli disse un segretario.
“Io non l’ho detto a nessuno, insomma, perché non riuscite a credermi?”, urlò il re esasperato.
Se tutto il paese diceva il contrario come potevano pensare che non fosse vero.
“Sarà stato il cappellaio per arricchirsi, sennò chi altro”, dedusse il re.
Così diede l’ordine di arrestare il cappellaio, il quale rimase senza parole e disperato alla notizia dell’imminente arresto.
“Non sono stato io, credetemi, forse era un ordine del re, chiedete agli altri se ho mai proposto qualcosa di così strano. Sono sicuro che le nostre mucche non vogliono quegli stupidi cappelli”, disse piangendo al giudice cercando di farsi forza.
Il cappellaio fu condannato all’ergastolo per truffa ai danni dell’intero popolo. Il malcapitato continuava a gridare la sua innocenza ma il re non gli credette anche se le ultime parole al processo rimasero impresse nella memoria del re.
Non uscì mai il nome del signor Mario come responsabile di quel terribile malinteso e addirittura anche lui si convinse che era stato il re a dare quell’ordine anche se aveva qualche dubbio al riguardo che ogni tanto lo confondeva.
Prima di diffondere certe notizie bisogna preoccuparsi di accertarsi della loro veridicità perché le conseguenze possono essere gravi e imprevedibili.
Ne sa qualcosa il cappellaio!
Fortunatamente le mucche si ribellarono a quei ridicoli cappelli e, saltando e scalciando, se ne liberarono facendo capire ai loro padroni che non ne avevano bisogno.
Il re fortunatamente cambiò idea sul cappellaio e gli diede la grazia ma purtroppo non sempre ci sono gli animali ad aiutare le persone a non sbagliare.
